Dolomiti: le più belle montagne del mondo. Vette, valli, boschi, radure, valichi, torrenti, cascate, paesi che sembrano presepi: un magico universo - verde d'estate, bianco d'inverno - che in ogni stagione, quando al tramonto il sole bacia le rocce più vicine al cielo, subisce il fenomeno dell' enrosadira, quello cioè che fa diventare rosa i fianchi ed i picchi dei monti dolomitici.
E' in questo incanto della natura che si allunga una delle valli più esaltanti, la Val di Fassa, con il suo paese più popolato Moena, soprannominata "la fata delle Dolomiti". Si tratta di un paese a 1184 mt di altezza, contornato da sei frazioni (Forno, Medìl, Penìa, Someda, Sorte, Pezzè) e sovrastato a sinistra dall'imponente gruppo montuoso del Latemar, a destra da quelli non meno affascinanti dei Monzoni e dell'Alpe di Lusia. Dolcemente adagiata in una conca, Moena è ormai una località di fama internazionale che ogni anno ospita nelle sue strutture alberghiere decine di migliaia di persone attratte dalle bellezze del luogo e dell'intera valle.
Immagini a lato ed in basso: anche i giornali turchi sono incuriositi dalla particolare tradizione moenese.
Un paradiso, quello di Moena, bagnato dal torrente Avisio, dal rio Peniòla e dal Rio San Pellegrino, abitato dall'antica e nobile gente ladina la cui gentilezza è pari all'ospitalità che l'anima e caratterizzata dalla presenza, all'interno del centro abitato, di una particolarità inaspettata e per questo doppiamente sorprendente: "il rione Turchia" che sembra debba il suo nome ad un turco sbandato all'indomani dell'assedio di Vienna da parte degli ottomani. La dottoressa Maria Piccolìn, bibliotecaria del Comune di Moena, spiega che vari storici e cultori di tradizioni locali hanno provato a ritrovare l'origine di un così inusuale e curioso toponimo. Le conclusioni, però, sono piuttosto discordanti proponendo alcuni una derivazione da "torchia", cioè luogo in cui si torceva il lino, altri interpretando invece alla lettera, ricordando appunto la leggenda del soldato turco. Questo personaggio, tanto caro all'immaginario collettivo degli abitanti di Moena, era uno dei circa trecentomila soldati dell'armata turca che nel 1683 assediò per la seconda volta la capitale austriaca (il primo assedio risale al 1529). Narra la leggenda che egli fu catturato, ma che poi riuscì a fuggire alla prigionia degli imperiali e che, dopo un lungo girovagare e innumerevoli peripezie, giunse a Moena ormai allo stremo delle forze, dove venne generosamente soccorso. Colpito e commosso dall'altruismo della gente locale, il turco decise di fermarsi definitivamente nel delizioso paesino ed andò ad abitare proprio in quel rione, detto allora genericamente "Ischiazza" (toponimo comune a tutto il Trentino ad indicare un luogo paludoso).
I documenti dell'archivio storico del Comune di Moena - precisa ancora la dottoressa Piccolìn - numerosi già a partire dal XVIII secolo, citano per la prima volta il toponimo "alla turca" nel 1827, mentre la forma "Turchia" fa la sua prima comparsa nel 1861; nel 1876 si fa riferimento alla "contrada detta Turchia". Resta comunque il fatto che, passeggiando per le stradine ed i vicoli del rione, villeggianti e turisti restino di stucco nel trovarsi di fronte ad una fontana pubblica sormontata dall'immagine di un turco, con tanto di barba, turbante e mezzaluna. O nel vedere la targa stradale che segnala via Damiano Chiesa, con l'aggiunta della parola "Tuchia". O nel sorprendere, tra i vari affreschi che abbelliscono le facciate delle case, un dipinto che ritrae un sultano con servi e mogli, ed un altro in cui si vede una coppia turca su un tappeto circondata da rigogliose palme.
Ma non é tutto. La tradizione "turca" è talmente sentita che gli abitanti del rione la onorano in vari modi. C'è la folkloristica sfilata, organizzata durante il periodo di carnevale, di sultani, haremine e gianizzeri: un tripudio di suoni, costumi e colori con cui si vuole rinnovare il ricordo delle leggendarie origini del rione. Le donne locali si tramutano in donne turche con i volti coperti da veli, i pantaloni a sbuffo e le babbucce con punte rivolte all'insù; gli uomini si tramutano in sultani, visir, soldati e sfoggiano costumi che, almeno nelle intenzioni, riecheggiano quelli dei connazionali dell'antico fondatore del rione Turchia.
C'è poi, conclude la dottoressa Piccolìn, l'usanza della "bastìa" che è tipica di tutta la valle ladina di Fassa e che consiste in questo: lo sposo "forèst" non può lasciare la casa della sposa (qui si usa che lo sposo, con i suoi parenti, si rechi a casa della sposa per avviarsi poi tutti e due insieme e in corteo verso la Chiesa) prima di aver pagato un "pedaggio" consistente, come da tradizione, in cibo e bevande simboleggianti "il prezzo della sposa". Ogni paese fassano e ogni rione interpreta a proprio piacimento questa vecchia usanza: nel rione Turchia ciò avviene, ovviamente "alla turca".
Insomma la tradizione popolare ormai diffusissima accetta questa famosa teoria del soldato sfuggito al nemico in occasione dell'assedio di Vienna. Bisogna però tenere in considerazione un altra teoria sull'origine del tutto. Essa fa risalire il toponimo ad una vicenda legata alla famiglia Varesco. I Varesco erano venuti a Moena intorno al 1675 con un Nicolò, figlio di Giovanni Varesco da Tesero, qui in paese con mansioni di daziere; uno dei figli di Nicolò, Giovanni Francesco, nato nel 1698 si fece Frate Francescano (il convento era anche allora a Cavalese) assumendo il nome di Padre Accursio; fu inviato in missione nel Medio Oriente e morì di peste ad Acim (Girgia) in Egitto nel 1736. Di questo Padre, che era considerato quasi un Santo martire, esisteva un quadro, conservato presso la famiglia, che lo ritraeva in vesti "turche" (vedi di L. FELICETTI, Uomini illustri e distinti di Moena); in particolare, detto quadro intorno al 1788 si trovava in casa della Varesco Giuliana Caterina, moglie del notaio Giobatta Pettena moghen, domiciliati nella casa ancor oggi detta "del Moghen", dirimpetto alla fontana "de Turchia". E' verosimile che la Sig.ra Giuliana si sia fatta un gran vanto di questo suo parente (prozio?) "martire e santo" e che i moenesi, con il solito loro spirito caustico, l'abbiano soprannominata "la turca". Il prato alla turca, studiando il catasto del 1788 (che però purtroppo non prevedeva una cartografia allegata) risulterebbe effettivamente contiguo alla casa di Giuliana Caterina Varesco Pettena (e Bartolomeo Pederiva, il possessore del prato, era uno dei suoi numerosi cognati).